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tribunale novaraNOVARA-24-09-17-Una vicenda giudiziaria

datata nel tempo che si è conclusa, in secondo grado, solo qualche giorno fa davanti ai giudici della prima sezione penale della Corte d’Appello di Torino. Protagonista un tabaccaio residente in provincia di Novara, oggi 42enne, titolare di una privativa con ricevitoria abilitata alla riscossione delle tasse automobilistiche, difeso dall’avvocato Luigi Bruno. Sotto la lente di investigatori ed inquirenti erano finite le somme derivanti dalla riscossione di quelle tasse, relative al mese di settembre del 2008, che il tabaccaio, secondo l’accusa (che poi l’ha portato a processo davanti al tribunale in composizione collegiale a rispondere del reato di peculato), non aveva versato nelle casse della tesoreria della Regione. Poco più di 3000 euro, somma di cui, sempre stando all’ipotesi accusatoria, se n’era appropriato. Una lunga fase dibattimentale nel corso della quale erano stati ascoltati numerosi testi, tra cui anche un funzionario della Regione che aveva spiegato meccanismi e automatismi nei prelievi delle somme da un conto corrente sul quale ovviamente doveva esserci liquidità tale da coprire il prelievo (la somma era poi stata interamente recuperata attraverso fidejussioni). L’imputato, ascoltato in aula, aveva raccontato che proprio in quel periodo aveva avuto spese straordinarie legate alla sua attività, che avevano prodotto uno “scoperto”. I soldi delle tasse automobilistiche riscosse lui li aveva versati ma la banca li aveva “prelevati” per andare a coprire il “buco”. Ed era stato così che quelle somme non erano risultate disponibili al prelievo automatico. Ma lui, di quell’inghippo, ne era venuto a conoscenza quando ormai era troppo tardi. In primo grado, nell’estate del 2011, a Novara era stato condannato  a 2 anni reclusione (con la sospensione condizionale) e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. Il difensore aveva presentato appello: nessuna volontà di appropriarsi, per usi propri, di quel denaro; anzi: come ormai da anni faceva, non appena incassate le somme aveva provveduto a versarle sul conto di modo che la tesoreria potesse prelevarle. E se ciò non era avvenuto non era certo di dipeso dalla sua volontà. Motivazioni queste che hanno indotto lo stesso procuratore generale a chiedere l’assoluzione e i giudici torinesi, capovolgendo la sentenza di primo grado, lo hanno assolto “perché il fatto non costituisce reato”.

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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